Mostra Museo dei Giochi Antichi nei Secoli

Il Tema del nostro ultimo Festival del Gioco da Tavolo, il SIGIOCA 3.O, è stato dedicato alla realizzazione di una Mostra interattiva sul gioco da tavolo nei secoli. Questa prima Mostra è parte di un progetto più ampio che si svilupperà con la costruzione di molti altri giochi che continueranno a essere realizzati dalla nostra associazione attraverso la ricerca e l’approfondimento delle fonti e dei testi degli studiosi del settore.

Tra i nostri obiettivi c’è anche è quello di costruire un Museo itinerante con il quale offrire a tutti la possibilità di conoscere, ma soprattutto provare i giochi più antichi e famosi del mondo.

Se siete interessati a conoscere, provare od ospitare i nostri giochi in convegni, scuole, associazioni, contattateci ai seguenti indirizzi o numeri di telefono:
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Eccovi un piccolo assaggio della nostra Prima Mostra al SiGioca 3.0.

 

Senet  gioco di percorso e strategia dell’Antico Egitto risalente al 3300 a.C.
(Materiali uno in ceramica e uno in legno dipinto a mano).

Il Senet è uno dei giochi più antichi di cui si abbia notizia. Si tratta di un gioco di percorso che schematizza il pericoloso viaggio dell’Anima nell’oltretomba egizio. Giocato inizialmente a scopo religioso da sacerdoti e Faraoni a partire dal 1500 a.C. iniziò a essere giocato da tutti. Citato nelle Teogonie e nel Libro dei Morti si credeva che fosse stato inventato dal Dio Thot e che le partite potessero presagire la sorte dell’anima nell’aldilà. Il reperto più antico che possediamo è una tavoletta di terracotta rinvenuta in un cimitero a El-Mahasna, risalente al 3300 a.C., oggi conservata a Bruxelles. Le maggior parte dei Senet, (lett. “passaggio”) sono stati ritrovati nelle Tombe e sono in ceramica e in legno (come quello di Tutankhamon). Famosa è anche l’immagine della regina Nefertari che gioca a Senet contro un invisibile avversario. Nonostante l’enorme diffusione di questo gioco le regole non sono mai state scoperte e quelle che usiamo oggi giorno sono il frutto della ricostruzione degli archeologi, in particolare di Timothy Kendall e R. C. Bell. Per sapere come si gioca leggete anche questo link.

Gioco Reale di Ur  , gioco di percorso e strategia mesopotamico, risalente al 2560 a.C.
(Materiale legno, colorato a mano)

Durante gli scavi delle Tombe Reali della città sumera di Ur, avvenuti tra il 1922 e il 1934, furono rinvenuti cinque tavolieri da gioco, che rappresentavano tutti lo stesso gioco. Questi tavolieri furono datati intorno al 2560 a. C. e tre di essi erano perfino completi di pedine e dadi. Tale scoperta ha permesso agli archeologi di datare molto indietro la comparsa di primi giochi da tavolo e dei primi dadi da gioco, che non sono – come ci si aspetterebbe – dei cubi, ma tetraedrici. Il Gioco Reale di Ur, si contende con il Senet egizio il primato di gioco da tavolo più antico mai ritrovato. Inoltre i due giochi sembrano essere collegati: sul retro di alcuni tavolieri del Senet si trova inciso il Gioco del Tau o delle venti caselle, considerato la versione egizia del gioco di Ur. Anche rispetto alle meccaniche di gioco sono simili, entrambi sono infatti dei giochi di percorso dove vince il giocatore che riesce a portare tutte le proprie pedine al traguardo finale; per questo sono ritenuti tra i possibili predecessori del Backgammon. Sfortunatamente, nessuna descrizione originale delle regole del Gioco Reale di Ur è mai stata ritrovata, dunque dobbiamo fare affidamento sulle ricostruzioni fatte da appassionati e studiosi, di cui una delle più plausibili è quella fatta dallo storico dei giochi R. C. Bell nel 1979. Se volete sapere come si gioca seguite anche questo link.

Il Mulino , gioco di strategia, i cui primi esemplari risalgono al 1366 a.C. in Egitto, mentre le prime documentazioni scritte risalgono al X secolo d.C. in Europa. (Materiale pietra serena).

Il Mulino è un gioco astratto tradizionale diffuso in numerose varianti in gran parte del mondo. Le sue origini non sono note ma sono sicuramente molto antiche, ci sono infatti incisioni di questo tavoliere nel Tempio egizio di Tebe iniziato dal faraone Ramses I e completato dal suo successore Seti I intorno al 1366-1333 a.C. , nonché nel tempio di Mihintale (9-21 d.C.) nell’odierno Sri Lanka. Le prime documentazioni scritte che conosciamo risalgono invece al codice Arabo Kitab al-aghani, del X secolo d. C. La sua diffusione è sorprendentemente vasta: più di 1000 esemplari di graffiti o incisioni del tavoliere del Mulino sono state rinvenute in molte parti soprattutto dell’Europa (dove si trova nell’Acropoli d’Atene, in basiliche romane, nelle navi vichinghe e nelle cattedrali gotiche), ma anche dell’Asia e del nord Africa. Nel medioevo era molto in voga tra i soldati: testimonianze del suo utilizzo si trovano in armerie, celle, prigioni e posti di guardia di numerose fortezze e castelli. La tavola del Mulino sembra anche aver assunto un’importate valore simbolico-magico, legato anche ai Templari (la triplice cinta rappresenterebbe gradi di iniziazione misterica o anche le tre cinta di mura della Gerusalemme celeste). Oggi il gioco è conosciuto un po’ in tutto il mondo con nomi diversi, molti dei quali significano, “mulino”, come in Italia, dove viene chiamato anche con molti altri nomi come Grisia, Mulinello, Triplice cinta, Tela, e Filetto. Quest’ultimo nome è anche dato alla sua variante più semplice, detta anche Tris.

Ludus Duodecim Scriptorum (II sec. a.C.), gioco di percorso e strategia dell’antica Roma.
Scritta in Latino e dedica in Etrusco. (Materiale vera Pietra Fetida, un tipo di pietra calcarea estremamente rara, utilizzata dagli Etruschi dell’area di Chiusi epigrafi, statuaria, decorazioni architettonica, cippi, ecc., dal VI secolo a.C). Sola Esposizione

Il Ludus Duodecim Scriptorum è un gioco di percorso e cattura praticato nell’Impero Romano, affine al Gioco Reale di Ur ed al Senet egizio e precursore del Tabula. È conosciuto anche come Duodecim Scripta o gioco delle 12 lettere, in quanto le versioni più antiche del tavoliere (come quella rinvenuta a Palestrina risalente al 200 a.C.) erano divise in 12 linee verticali suddivise a loro volta orizzontalmente da 3 linee, andando così a creare 36 caselle vuote. Tali caselle successivamente furono sostituite da 36 lettere (divise in gruppi di 6), organizzate generalmente in frasi scherzose simili a motti. In alcuni tavolieri al posto delle parole ci sono insiemi di sei lettere uguali fra loro, che hanno permesso di comprendere la modalità di svolgimento del gioco. Un tavoliere ritrovato ad Ostia ad esempio contiene la sequenza CCCCCC / BBBBBB / AAAAAA / AAAAAA / DDDDDD / EEEEEE: le pedine entrano in A, si muovono verso B, C e D, ed escono quando hanno raggiunto il gruppo di E. Le tabulae lusoriae (tavole da gioco) spesso avevano delle decorazioni tra le prime e le ultime sei lettere di ogni riga. Alcune di queste tavole sono state ritrovate nelle antiche tabernae, nel foro, nel circo, ed anche nelle chiese e nei palazzi, sotto forma di tavolieri incisi su pietra o su marmo. Il gioco è menzionato anche da alcuni autori latini, ad esempio nell’ Ars Amatoria di Ovidio, scritta tra il 1 a. C. e l’8 DC. Per sapere come si gioca seguite anche questo link.

Ludus Duodecim Scriptorum (II sec. a.C.) Seconda versione giocabile.
(Materiale legno, dipinto a mano con ricostruzione di pedine e dadi romani in fimo, scritta in latino).

Il Tablut gioco di strategia del nord europa medievale del IX-XI secolo conosciuto come
il Gioco dei Vichinghi insieme alla sua versione più grande l’Hnefatafl da cui ha tratto origine.
(Materiale Legno e Fimo)

Abbiamo conoscenza del Tablut grazie al naturalista svedese Carlo Linneo, che scoprì questo gioco durante una spedizione in Lapponia nel 1732, dove era molto popolare. Sembra comunque che il Tablut avesse origini molto più antiche e si ipotizza che sia derivato da due antenati: l’Halatafl e lo Hnefatafl, i cui pochi frammenti in nostro possesso risalgono al 400 d. C. Di fatto, il Tablut costituisce la versione di Hnefatafl della quale conosciamo meglio le regole, proprio grazie al resoconto di Linneo che aveva scoperto il gioco tra i Saami della Lapponia, ai quali probabilmente il gioco arrivò tramite gli scambi con i Norvegesi e gli Svedesi in epoca medievale. I Saami dettero al gioco il tema di una battaglia in cui un re svedese e 8 suoi difensori venivano attaccati da 16 assalitori moscoviti. Per le sue origini nordiche il Tablut è spesso chiamato anche il Gioco dei Vichinghi perché si diffuse in tutte le zone del Nord Europa toccate dai guerrieri norreni originari di Scandinavia, Danimarca e Germania settentrionale. Molti resti di giochi sono stati infatti ritrovati nelle sepolture dei capi vichinghi nelle navi funerarie. Per quanto riguarda le meccaniche di gioco, il Tablut è un gioco asimmetrico a scacchiera i cui i giocatori hanno ruoli diversi, uno deve far fuggire il proprio re, l’altro deve catturarlo.

L’Halatafl, conosciuto come la Volpe e le Oche, gioco di strategia del nord europa medievale
del XIII secolo. (Materiale Legno, dipinto a mano)

Il gioco della volpe e le oche, o Halatafl (antico nome islandese), è un gioco strategico, “uno contro tutti”, di origine nordica nato come semplificazione dell’Hnefatafl. Le prime citazioni di questo gioco risalgono al XIII secolo, contenute nella saga di Grettis, scritta probabilmente da un monaco islandese. Ne abbiamo tracce anche in Spagna, nel famoso Libro de los juegos del 1283, considerato una “bibbia” del gioco da tavolo nel medioevo. Esso era diffuso anche in Inghilterra, dove è fra gli oggetti posseduti dal re Edoardo IV (1461-1483) e in Francia, dove lo scrittore Francois Rebelais è fra i primi a citarlo nelle sue opere. Successivamente il gioco si diffonde in tutta Europa, arrivando fino ai nostri giorni con il nome di La volpe e le oche, (ma anche il lupo e le pecore, il generale e i ribelli, ecc.), mentre una versione dal nome Bagh-Chal, ossia Gioco della tigre, è diffusa addirittura in Nepal. Tutti i tavolieri a noi pervenuti hanno la classica struttura a croce, mentre la lunghezza dei bracci ed il numero delle oche sono variabili. Il numero di caselle varia ad esempio da 25 a 65, mentre la configurazione più diffusa ne conta 33, con 13, 15 o 17 oche (o anche 20 oche con due volpi). Dall’Halatafl derivano altri importanti giochi come il germanico (o celtico) Tablut, l’inglese Asalto e il francese Assault. 

El Mundo conosciuto anche come la Tavola delle Quattro Stagioni, gioco medievale di strategia per 4 persone.
(Materiale Legno dipinto a mano sulla base di una miniatura medievale delle 4 stagioni)

El Mundo (il mondo), conosciuto anche come il Gioco delle Tavola delle 4 Stagioni, è un gioco medievale derivato dalla Tabula, gioco romano a sua volta risalente al Ludus Duodecim Scriptorum. Del gioco delle 4 stagioni abbiamo la descrizione nel Libro de Los Juegos, famoso trattato sui giochi del 1283, commissionato (e in parte scritto) da Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, Leon e Galizia. La particolarità di El Mundo è quella di essere l’unica versione di gioco delle tavole per quattro giocatori, non solo, il gioco è anche l’unico ad avere un tavoliere circolare invece che quadrato, che in genere è anche più grande della media per far spazio a un numero maggiori di giocatori. I quattro quadranti in cui è diviso il tavoliere, uno per giocatore, rappresentano le quattro stagioni a cui si riferisce il nome del gioco. Ad ogni stagione è legato un determinato colore associato ad una simbologia medievale che fa del gioco stesso una rappresentazione del Mondo e dei suoi elementi costitutivi così come venivano concepiti nel Medioevo, stabiliti sulla base della Legge delle Corrispondenze tra il Macro e Microcosmo mutuata dai Filosofi del Mondo Antico. A ogni Stagione è quindi collegato un elemento cosmico, che ne determina il colore, ma anche uno stato d’animo, che si rifà alla teoria aristotelica degli umori: Primavera: Aria>Verde>Sangue – Estate: Fuoco>Rosso>Collera – Autunno: Terra>Nero>Melanconia –  Inverno: Acqua>Bianco>Flemma.

Perudo gioco originario del Perù introdotto in Europa dai Conquistadores intorno al XVI secolo.
Il Gioco sembra aver avuto successo anche tra i Pirati, per questo la nostra versione ha dipinti sopra i Jolly Roger di alcuni famosi pirati come Calico Jack Rackham, Emanuel Wynne, Stede Bonnet, Edward England e Henry Aver. (Materiale Legno dipinto a mano con dadi in fimo con teschio.)

Si ritiene che il gioco del Perudo risalga alla civiltà peruviana degli Incas e che sia stato importato in Europa, precisamente in Spagna, dai Conquistadores spagnoli nel XVI secolo. La leggenda vuole che le regole del Perudo siano state spiegate al conquistatore Francisco Pizarro dall’ultimo imperatore Inca, Atahualpa, suo prigioniero. Il gioco sembrerebbe inoltre aver avuto un particolare successo all’interno dei galeoni spagnoli e dei pirati, tanto da apparire in uno dei film della serie I Pirati dei Caraibi. Pur senza fonti certe, si ritiene inoltre che il Perudo fosse giocato dai nativi americani già centinaia di anni prima dell’arrivo di Pizarro: giochi simili infatti, come il Mocassino, erano giocati anche tra i nativi dell’America del nord. Ancora oggi è uno dei giochi più popolari in Sud America, dove è conosciuto in più varianti, per esempio Dudo (“dubito” in spagnolo, nome che richiama una meccanica del gioco), Cacho, Cachito e Santaba. Nonostante sia un gioco gratuito per la povertà e semplicità dei materiali (dadi e bicchieri), la sua commercializzazione è iniziata negli Stati Uniti nel 1974 dove è conosciuto con il nome di Liar’s Dice o Bluff.

Il Bao, gioco Africano di percorso e strategia, della famiglia di giochi da tavolo detti Mancala.
(Materiale Legno)

Il Bao è un gioco africano della famiglia dei mancala o “giochi di semina”, di cui è il rappresentante più complesso e con maggior profondità strategica, tanto che in occidente è stato oggetto di studi di teoria dei giochi e di psicologia. Il Bao è diffuso soprattutto nell’Africa orientale, in particolare nel mondo a lingua swahili: ad esempio in Kenia, Tanzania, Malawi, Congo e Uganda. Il nome in swahili significa “tavoliere”, e si riferisce alla plancia di gioco. Come tutti gli altri Mancala, il Bao è un gioco popolare di cui esistono numerose varianti, una delle quali, l’Hawalis, è diffusa anche in Oman per cui è nota a Zanzibar come Bao la Kiarabu, ossia Bao alla araba. La diffusione è sempre avvenuta per tradizione orale, per cui sulla sua storia si hanno pochissime indicazioni: la sua diffusione attuale fa comunque supporre che sia originario dell’Africa swahili, ossia delle coste degli odierni Kenya e Tanzania. La prima descrizione che si ha del gioco è del 1658, fatta da un viaggiatore francese che lo aveva visto giocare tra gli Sakalava nel nord-ovest del Madagascar. Oggi in Tanzania, ed in particolare a Zanzibar, i bingwa o “maestri di Bao” godono di grande prestigio e tornei nazionali ed internazionali vengono organizzati anche in Kenya, in Malawi ed in europa.

Pachisi, gioco”nazionale” indiano

Il Pachisi è un gioco originario dell’India medievale tuttora molto popolare, che viene spesso descritto come il “gioco nazionale indiano”. Il nome deriva dalla parola hindi “pachis”, che significa 25, ossia il punteggio più alto che si può ottenere nel gioco lanciando le 6 (o 7) conchiglie di ciprea (un mollusco marino), che funzionano da dadi: il numero di conchiglie che dopo il lancio mostrano l’apertura indica il numero di caselle a cui corrisponde il movimento di una pedina. La storia del Pachisi non è stata stabilita. Una rappresentazione del VI-VII secolo degli dei Shiva e Parvati è ritenuta giocare a Pachisi, ma in realtà vi sono raffigurati solo i dadi e non il tavoliere. Spesso si assume addirittura che il gioco che indirettamente scatena la guerra narrata nel Mahabharata, il principale poema epico indiano, sia proprio il Pachisi, ma anche questa è solo una supposizione. Di fatto, la prima testimonianza sicura del gioco è costituita dall’enorme versione da giardino, risalente al XVI secolo, del palazzo di Fatehpur Sikri nell’India settentrionale, fatta costruire dal Gran Mogul Akbar il Grande, che si dice giocasse usando le giovani schiave del suo harem come pedine. Oggi varianti del Pachisi sono popolari in molte parti del mondo: oltre alle versioni occidentali più famose come il Parcheesi o il Ludo, esistono il Parchis di Spagna e Marocco, il Parques della Colombia, Il Jeu des petits chevaux (gioco dei piccoli cavalli) in Francia ed il Mensch ärgere Dich nicht della Germania.

Stomachion,  puzzle matematico studiato o inventato da Archimede, simile al Tangram cinese.
(Materiale legno dipinto)

Lo stomachion, conosciuto anche come Loculus Archimedius, è un gioco matematico o puzzle studiato da Archimede di Siracusa (287-212 a.C.) e descritto all’interno di un codice pergamenaceo contenente le opere del filosofo. Non è chiaro se Archimede lo abbia inventato o solo studiato da un punto di vista geometrico e matematico. Il puzzle è composto da 14 pezzi, 11 triangoli, 2 quadrilateri e un pentagono, che possono essere disposti in vari modi a formare un quadrato, ma anche tante altre figure, proprio come avviene con i 7 pezzi del Tangram, altro gioco di puzzle di origini cinesi. I 14 pezzi hanno la caratteristica di essere commensurabili al quadrato che compongono: infatti 5 pezzi hanno un’area pari ad 1/12 del quadrato, 4 pezzi 1/24; 2 pezzi 1/48 ed i restanti tre pezzi hanno un’area pari rispettivamente a 1/16, 1/6 (il quadrilatero), e 7/48 (il pentagono). Il termine Stomachion deriva dal greco stomachos che significa cavità, stomaco, o anche irritazione (che potrebbe essere quella che si prova nel non riuscire a risolvere il gioco). Tuttavia, il vero nome del gioco potrebbe essere piuttosto ostomàchion, dal greco osteon: osso e mache, letteralmente “battaglia degli ossi”, in riferimento al fatto che anticamente veniva costruito con degli ossicini intagliati nelle 14 forme dello stomachion.

Il Gioco dell’Oca, gioco di percorso di origine Rinascimentale ma con radici molto più antiche
Riproduzione d’epoca. Pedine e dadi realizzati in fimo.

Il gioco dell’oca è uno dei giochi antichi più popolari che siano arrivati ai giorni nostri. La sua origine è incerta: giochi simili basati sulla stessa meccanica del percorso si possono trovare sia nell’antico Egitto (come il gioco di Mehen o del serpente arrotolato o il gioco dei cani e degli sciacalli o della palma) che in Cina (il Shing Kunt t’o). Una leggenda attribuisce la sua invenzione a Palamede, mitologico re dell’isola di Eubea nell’antica Grecia, mentre altri riconducono il gioco al disco di Phaites (Festo) cretese, reperto archeologico di significato ancora ignoto risalente a circa il 2000 AC. Il gioco come lo conosciamo oggi nasce probabilmente nell’Italia rinascimentale ed alcune fonti attribuiscono la sua riscoperta o reinvenzione a Ferdinando I De’ Medici, che nel 1580 fece dono a del «nuovo e molto dilettevole giuoco dell’oca» a Filippo II, re di Spagna, che ne rimase affascinato. Nel XVII secolo era già diffusissimo in tutta Europa e verso la fine del secolo assume i tratti tipici del gioco d’azzardo (alcune caselle richiedono di pagare una certa somma di denaro), tanto che il re di Francia Luigi XIV fù costretto a proibirlo. Le caselle della versione di de’ Medici erano decorate con simboli che in parte sono rimasti nella tradizione: due dadi, un teschio, una coda, un ponte, un labirinto o un’oca. All’inizio del XVII secolo apparvero in Inghilterra i primi tabelloni stampati, e rapidamente il gioco si diffuse in tutta Europa. Il percorso a spirale (di 63 o 90 caselle) può essere associato a concetti di percorso iniziatico, rappresentando la “via del ritorno”, una risalita verso l’origine ultima, piena di insidie e allo stesso tempo di gratificazioni, ma nel corso del tempo la decorazione tradizionale è stata rielaborata con soggetti diversi a tema didattico, letterario, ma anche propagandistico per veicolare non solo conoscenze, ma anche pubblicità e posizioni politiche.

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